MAGENTA: FIGLIA DI…DATA CENTER!

Evviva la Smart City! Ovvero: come farsi distruggere il quartiere per far caricare i video su TikTok un decimo di secondo prima!
​Tra case svalutate, fumi al diesel, acqua prosciugata e ronzii H24, la magia del “Cloud” scende in terra. E assomiglia parecchio a un gigantesco tostapane di cemento.

Noi di Malagenta.it abbiamo chiesto alla diretta interessata , la figlia prediletta “AI” di dirci quali sono gli aspetti negativi di costruire un data center in città.

Qui di seguito quanto ci ha risposto:

“Costruire un data center all’interno o a ridosso di un centro urbano garantisce connessioni velocissime per i servizi digitali, ma impone un costo significativo sul territorio e sui residenti. Non si tratta di semplici “magazzini”, ma di infrastrutture industriali pesanti.
​Ecco un’analisi dettagliata di tutti gli aspetti negativi, suddivisi per categoria.


​1. Impatto sul mercato immobiliare e sul tessuto urbano
​La svalutazione delle case vicine è uno dei problemi più sentiti ed è causata da un mix di fattori fisici ed estetici.
​Svalutazione diretta degli immobili: Le case situate a ridosso di un data center tendono a perdere valore commerciale. Gli acquirenti sono scoraggiati dal rumore costante, dall’impatto visivo della struttura e dalla mancanza di servizi di vicinato.
​”Buchi neri” urbani e degrado estetico: I data center sono progettati per la massima sicurezza e l’efficienza termica. Si presentano come immensi scatoloni di cemento, senza finestre, recintati e circondati da telecamere. Creano “zone morte” che interrompono la vitalità del quartiere: non offrono vetrine, parchi, negozi o aree di aggregazione.
​Costo opportunità del suolo: In città dove lo spazio scarseggia e gli affitti salgono, cedere grandi lotti di terreno a un data center significa sottrarre spazio prezioso che avrebbe potuto ospitare edilizia residenziale, uffici, scuole o aree verdi.
​Mancanza di ricadute occupazionali: A differenza di una fabbrica o di un complesso di uffici della stessa grandezza, un data center a regime è altamente automatizzato. Spesso impiega solo poche decine di tecnici e addetti alla sicurezza, restituendo pochissimo al quartiere in termini di indotto locale (come bar, ristoranti o trasporti per i dipendenti).


​2. Inquinamento e impatto ambientale
​I data center sono strutture estremamente energivore, e il loro metabolismo ha un impatto diretto sull’ambiente circostante.
​Inquinamento acustico: È spesso la lamentela principale dei residenti. Per evitare il surriscaldamento dei server, i data center utilizzano giganteschi impianti di ventilazione e raffreddamento sul tetto che emettono un ronzio industriale a bassa frequenza, attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. A questo si aggiunge il rumore assordante durante i test periodici dei generatori di emergenza.
​Consumo e stress idrico: Molti data center utilizzano torri di raffreddamento ad acqua (raffreddamento evaporativo). Una struttura di medie dimensioni può consumare milioni di litri di acqua potabile al mese, entrando in diretta competizione con il fabbisogno residenziale della città, un problema critico durante i periodi di siccità.
​Inquinamento atmosferico locale: Per garantire che i server non si spengano mai, i data center sono dotati di enormi generatori di emergenza alimentati a diesel. Questi generatori vengono accesi periodicamente per manutenzione o durante i cali di tensione della rete. L’accensione rilascia nell’aria urbana fumi tossici, ossidi di azoto (NOx) e polveri sottili (PM10 e PM2.5).
​Effetto “Isola di calore”: Il calore estratto dai server deve essere espulso all’esterno. Le ventole sparano continuamente enormi volumi di aria calda nell’ambiente circostante, contribuendo ad innalzare la temperatura del quartiere e aggravando l’effetto “isola di calore urbana” durante i mesi estivi.


​3. Pressione sulle infrastrutture cittadine
​L’inserimento di un’infrastruttura così affamata di risorse mette sotto stress le reti preesistenti.
​Rischio per la rete elettrica: Un singolo data center può consumare tanta energia quanta ne richiede un’intera piccola città (spesso decine o centinaia di Megawatt). Questo prelievo massiccio mette sotto sforzo le sottostazioni elettriche locali, aumentando il rischio di blackout per i residenti se la rete non è stata adeguatamente potenziata.
​Costi infrastrutturali scaricati sulla collettività: Spesso le città devono investire fondi pubblici per potenziare la rete elettrica, idrica e stradale (soprattutto durante la fase dei lavori di costruzione, che comporta il passaggio di mezzi pesanti) per accogliere queste strutture, spese che non sempre vengono coperte dalle tasse pagate dall’azienda tecnologica”.